L’analisi narratologica di uno dei romanzi più complessi di Agatha Christie.
Una delle regole principali che viene insegnata in ogni corso di scrittura è: “show, don’t tell”, ovvero “mostra, non dire”.
Non dire cosa è un personaggio, muovi quel personaggio così che il lettore capisca chi è e quali sono le sue caratteristiche.
Se John è un uomo fantastico non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia un uomo fantastico.
Se John è un uomo altruista non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia altruista.
Se John è un genio non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia geniale.
Ma cosa succede quando tutti dicono che John è un uomo fantastico, altruista, geniale, inarrivabile, amatissimo… e poi i fatti mostrano il contrario?
Nel suo giallo del 1946 The Hollow, tradotto in italiano come Poirot e la salma, Agatha Christie compie una magia narrativa: il “tell” dei personaggi, ovvero ciò che essi dicono e si sforzano di pensare per tutto il corso del libro, è l’esatto opposto del “show”, ovvero cosa il lettore vede realmente.
Ma infine, come in ogni migliore lezione di narrativa, lo “show” è sempre più forte del “tell”, e i personaggi si comporteranno di conseguenza.
Andiamo a leggere nella struttura narrativa profonda di uno dei romanzi psicologici più complessi della famosa Signora in giallo.
Attenzione: spoiler!
«Ygdrasil c’è ancora?»
«L’ha buttata giù il fulmine.»
«Oh, no, non Ygdrasil!»
Era addolorata. Ygdrasil era il nomignolo che avevano dato alla gran quercia. Se il fato aveva potuto colpire Ygdrasil, nulla era sicuro. Meglio non tornare indietro.
– Poirot e la salma –
La struttura narrativa profonda di “The Hollow”.
Questo giallo, in lingua originale The Hollow, cioè “La Cava”, ovvero il nome della tenuta in cui si svolge la vicenda, è stato tradotto in italiano come Poirot e la salma: eppure, in tutto, Poirot c’è molto poco (la Christie si pentì addirittura di averlo inserito), e anche la salma non è poi così importante.
Quello che c’è di importante, qui dentro, sono le dinamiche psicologiche dei personaggi. E fondamentale per la loro gestione è qualcosa che permea il romanzo dall’inizio alla fine, ma che non si vede: la struttura narrativa.
Struttura narrativa che, già dalle prime pagine, viene a galla nella mente di chi legge non sottoforma di consapevolezza ma sottoforma di domanda, una domanda molto specifica: «Sul serio?»
Quando ho iniziato a leggere il libro, dopo qualche pagina, ho cominciato a chiedermi: «Sul serio? O sono io che intendo male?»
I personaggi e la percezione alterata: John Christow e Gerda.
Il libro si apre con la vorticante figura di una dei protagonisti della vicenda, madame Lucy Angkatell, eccentrica signora anziana (ma oggi diremmo di mezza età) che, entrata di buona mattina in camera della nipote ancora addormentata, sciorina una serie di apparenti stupidaggini senza capo né coda. E, tra questi pensieri, emergono due figure, che saranno i veri perni di tutto lo svolgimento: il medico John Christow e sua moglie Gerda.
L’uno descritto da Lucy – e successivamente per tutta la narrazione anche da tutti gli altri personaggi – come un uomo bellissimo, geniale, altruista, incredibile, e tanto tanto amato; la seconda descritta invece – da Lucy e successivamente da tutti gli altri – come la “povera Gerda” con la quale bisogna avere “tanta pazienza” perché è così lenta e stupida, poverella, proprio non ci arriva, lei, a capire le cose: “Chissà perché John l’ha sposata, una come lei”.
Già, chissà perché.
In breve, la “videocamera narrativa” si sposta proprio su John, e poi su Gerda.
John che, nel suo studio medico al piano inferiore di casa sua, riceve con noia le sue pazienti e, mentre fa loro una bella cera, pensa tra sé le peggiori cose, disprezzandole e umiliandole mentalmente, e prescrivendo loro i farmaci più difficili da trovare.
E Gerda che, poverella, sta al piano di sopra ad aspettare il marito che non arriva per il pranzo, domandandosi con ansia sempre crescente se debba riscaldare lo stufato oppure no: questione di lana caprina? Gerda si fa problemi per nulla perché, poverella, è tanto stupida?
Non proprio, perché lei sa che se non lo dovesse riscaldare John si arrabbierebbe con lei per lo stufato freddo, ma se lo dovesse riscaldare John si arrabbierebbe con lei per lo stufato asciugato dal calore. E se John salisse in qualunque momento e non trovasse il pasto in tavola si arrabbierebbe comunque.
La reale natura di John Christow.
Ed è proprio qui che comincia la storia: John Christow si arrabbia per tutto.
Si arrabbia con la moglie se fa bianco ma anche se fa nero, se riesce o se non riesce, se lo contraddice ma anche se non lo contraddice. Gerda, infatti, adora il marito e fa di tutto per sostenerlo sempre e non contraddirlo mai: ma a lui questo dà fastidio, e si arrabbia con lei; però non accetterebbe mai di essere contraddetto dalla moglie.
E non accetta di essere contraddetto nemmeno dall’amante – perché sì, John ha un’amante, e anche più di una in realtà – ma, almeno, c’è di buono che l’amante ha un carattere diverso e non si fa troppi problemi a contraddirlo. Ma lui si arrabbia, e praticamente non accetta che la sua amante abbia idee proprie. E si arrabbia quando vede una scultura che a lui non piace (la sua amante, Henrietta, è una scultrice, altro personaggio chiave della vicenda), e le proibisce di portarla alla mostra, e si arrabbia perché Henrietta dice che alla mostra ci porterà comunque i suoi lavori… Ed è tutto così.
Per ogni minima azione o non azione, pensiero o non pensiero, della moglie, dell’amante, dei bambini… John Christow si arrabbia e dispensa veleno.
E insomma, dopo una ventina di pagine ho cominciato a chiedermi: «Sul serio?»
Sul serio John Christow è un uomo magnifico? Geniale? Altruista? Amabile? …soprattutto amabile?
Mi sono fermata un attimo dalla lettura e mi sono detta: Beh, la Christie ambienta i suoi romanzi di solito tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, sarà la cultura dell’epoca. Sarà che all’epoca veniva considerato del tutto normale che un uomo trattasse in questo modo le donne?
Mi sono data questa spiegazione e mi sono rimessa a leggere, tentando di ignorare il fatto che non sopportavo avere John Christow attorno e ignorando che, pur non avendolo mai fatto in tutta la narrazione, mi sapeva di persona pericolosa che avrebbe potuto alzare le mani da un momento all’altro.
Sarà la visione culturale di quegli anni, mi son detta: prendiamo per buono ciò che dicono i personaggi e andiamo avanti.
Il delitto alla Cava e la ricerca dell’assassino.
Ma è stato andando avanti, e fino alla fine, che qualcosa cominciava a non quadrare.
A poche pagine dall’inizio accade ciò che classicamente accade nei romanzi della Christie, è il suo stilema: un gruppo di personaggi si ritrova in un luogo molto ben definito, e lì si svolgerà la vicenda.
In questo caso il luogo è la tenuta chiamata “La Cava”, e i protagonisti sono un gruppo di otto persone – i due padroni di casa, lady Lucy e sir Henry, e poi Midge (una loro nipote), Edward (un cugino), David (un altro cugino), John Christow e Gerda, e Henrietta – che si ritrovano per un weekend che si preannuncia fatto di giochi a carte e pettegolezzi. Peccato che, alla prima sera, a John viene sparato un colpo.
Chi è l’assassino?
Questa è la legittima domanda di ogni giallo ma qui, per capire la struttura narrativa che mette in piedi la Christie, dobbiamo partire dal fondo, dobbiamo partire sapendo chi è l’assassino.
E attenzione: da qui spoiler.
Quando Poirot arriva sul posto c’è John Christow “sparato” a terra (quanto non mi piace questo modo diretto di usare questo verbo…) mentre dietro di lui arrivano correndo altre persone che avevano sentito il colpo, e in piedi ci sta la moglie smarrita con in mano un revolver: «Sono arrivata, ho visto John a terra, ho visto la pistola e l’ho raccolta. Non so perché l’ho fatto, non so perché», dirà con l’aria smarrita non capendo.
Per tutto il romanzo pare che la soluzione troppo semplice – Gerda ha sparato – non sia quella giusta. E per tutto il romanzo si intrecciano indizi che, come dice Poirot, non portano a nulla.
Fino a che, verso la fine, sembra chiaro che l’assassina sia stata Henrietta (l’altra amante di John, l’attrice, la escludiamo a priori perché troppo scontata per un giallo della Christie): Henrietta che pare tradirsi disegnando l’Ygdrasil ovunque, e che nasconde l’arma del delitto dentro il suo cavallo di argilla. Eppure, alla fine, si scopre che l’assassina era proprio Gerda.
Ma come ha fatto quella stupida, lenta, povera Gerda, corta di comprendonio, a imbastire un giallo di prim’ordine che ha sviato polizia, ispettori, e persino Poirot? Forse Gerda non è così stupida come sembra?
Sì, in effetti Gerda non è così stupida come sembra, e come lei stessa vuol far sembrare, ma certo non è un’aquila. Il punto è che tutti, ma proprio tutti eccetto la cuginetta Midge e forse il giovane David, alla Cava sanno che è stata lei a uccidere il marito John. Ma tutti, proprio tutti, soprattutto Henrietta, hanno deciso di proteggerla e usare la sua più o meno stupidità come alibi per dire che certamente non è stata lei. Tutti cominciano ad attrarre indizi su di sé, per poi sviarli, e alla fine ce la fanno: alla fine la polizia dichiarerà che l’omicidio è stato fatto da una persona esterna al gruppo. Per motivi ignoti, quella mattina, mentre John Christow era seduto vicino alla piscina, un estraneo armato era passato di là e gli aveva sparato, uccidendolo. Solo Poirot arriverà alla verità, ma preferirà non farla sapere.
La vittoria dello “Show” sul “Tell”.
E qui, a questo punto, arriva la consapevolezza della struttura narratologica della Christie.
Come dicevamo all’inizio, una delle regole principali che viene insegnata in ogni corso di scrittura è: “show, don’t tell”, ovvero “mostra, non dire”.
Non dire cosa è un personaggio, muovi quel personaggio così che il lettore capisca chi è e quali sono le sue caratteristiche.
Se John è un uomo fantastico non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia un uomo fantastico.
Se John è un uomo altruista non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia altruista.
Se John è un genio non dirlo, mostralo: mostra al lettore quanto John sia geniale.
Ma cosa succede quando tutti dicono che John è un uomo fantastico, altruista, geniale, inarrivabile, amatissimo… e poi i fatti mostrano il contrario?
Accade esattamente questo: come in ogni migliore lezione di narrativa, lo “show” è sempre più forte del “tell”, e i personaggi si comporteranno di conseguenza.
Non importa per quanto tempo ciascuno di loro abbia ripetuto, a mente o a voce alta, quanto John fosse fantastico: altruista, generoso, geniale, inarrivabile, amabile e amatissimo.
Tanto amabile e tanto amato che, al momento in cui la moglie l’ha seccato, tutti hanno tenuto il gioco alla moglie.
Cosa costava, al clan, buttare Gerda sulla gogna – figurativamente, ma neanche troppo? Eppure…
Due letture parallele: Psicologia e Società dell’epoca.
E da qui si dipanano, a mio parere, due letture parallele: quella psicologica e quella sociale. Il romanzo infatti intreccia la psicologia in modo che si giochi costantemente sulla frattura tra la facciata sociale (ciò che i personaggi dicono e devono dire) e la verità emotiva (ciò che i personaggi fanno e provano davvero).
Della lettura psicologica è impregnato tutto il romanzo, e ce se ne accorge arrivati alla fine: tutti hanno protetto Gerda.
Ma perché?
Evidentemente perché, come tutta la narrazione ci ha mostrato, John era in realtà un uomo egoista, egocentrico, irascibile, verbalmente violento, e tirannico – soprattutto con la moglie. La società dell’epoca tollerava e persino romanticizzava la sgarbatezza negli uomini di successo, archiviandola come “temperamento da genio”, ma la Christie lascia che le azioni di John Christow parlino da sole (SHOW)… indipendentemente da come parlano i personaggi (TELL).
Ma vera magia psicologica del libro esplode nel finale, con il ribaltamento su Gerda.
Per tutto il libro Gerda viene trattata con una condiscendenza quasi offensiva: viene considerata lenta, inadeguata, una figura patetica che il brillante marito “deve sopportare” (lui deve sopportare lei!).
“Chissà perché John l’ha sposata, una come lei”.
Già, chissà perché.
Perché John, come dice lui stesso nella sua mente, voleva qualcuno da dominare completamente, qualcuno che non lo contraddicesse mai, qualcuno che lo adorasse, qualcuno che lo venerasse, qualcuno che lo riflettesse completamente, qualcuno che lo considerasse un Dio, in altre parole: qualcuno da maltrattare.
Decisamente un tantinello troppo egocentrico il nostro John, per essere un uomo generoso e altruista. E amabile, soprattutto.
E quindi, quando Gerda spara, tutti attorno le fanno da scudo.
Perché, dopotutto, lo sapevano anche loro che tra i due era lei la vittima, era lei quella condannata a sopportare quel marito ingombrante e tirannico, quel marito che la umiliava costantemente in parole e in gesti. E Gerda aveva sopportato tutto, sempre, considerandolo il miglior uomo sulla faccia della terra, considerandosi prescelta proprio perché scelta da lui… Fino a che non aveva scoperto una delle sue tante amanti: l’attrice Veronica Cray. A quel punto qualcosa in Gerda si era era rotto: il suo mito, il suo mondo, il suo tutto, il suo Dio era crollato.
E allora Gerda aveva sparato.
Ma il clan degli Angkatell non protegge Gerda solo per una questione di affetto o di sottile giustizia mista a vendetta. Il clan la protegge anche per proteggere se stesso: gli Angkatell, infatti, appartengono all’alta, vecchia, aristocrazia terriera e possiedono una morale tribalista: ai loro occhi, proteggere Gerda non significa solo salvare una donna debole, ma proteggere il clan dallo scandalo pubblico.
E allora Gerda non deve finire in mano alla giustizia, perché non solo non sarebbe giusta, ma sarebbe una grande onta la sua impiccagione, che sporcherebbe il loro buon nome.
E infatti Gerda non ci finisce sul patibolo, perché la polizia arriva a ritenere l’omicidio come compiuto da un estraneo di passaggio. Ma Gerda muore lo stesso, per mano della sua stessa autrice.
Il finale tragico di Gerda e la scelta di Agatha Christie.
Sul finale, infatti, Gerda serve a Henrietta un tè avvelenato: è Poirot a fermarla dal bere, Poirot che aveva capito tutto.
E Gerda che sì, non è così stupida come vuol far sembrare ma certo non è un’aquila, si allontana un attimo e quando torna prende distrattamente una delle due tazze di tè e la beve: era quella di Henrietta. Gerda muore avvelenata dal suo stesso veleno.
Agatha Christie l’ha risparmiata, ma ha scelto di non esaltarla.
L’ha risparmiata, perché non l’ha fatta finire al patibolo: per la giustizia, lei è innocente.
Negli anni Quaranta l’impiccagione era la pena prevista dalla legge britannica e far finire Gerda sul patibolo avrebbe trasformato il romanzo in una cupa punizione morale di Stato, cancellando l’empatia che il lettore ha sviluppato per una donna manipolata e annullata da anni di sottomissione psicologica. Concedendole la morte per veleno, la Christie le risparmia la gogna pubblica e la violenza del processo, concedendole una forma di “giustizia poetica”.
Ma non la lascia vivere.
Va infatti considerato un dettaglio fondamentale: Gerda muore perché tenta di avvelenare Henrietta: questo passaggio narrativo impedisce una sua totale “assoluzione”: ci mostra infatti che il meccanismo psicologico di Gerda si è ormai spezzato, trasformandola in una figura tragica e pericolosa per chiunque la circondi.
Mi sono chiesta se non sarebbe stato meglio, narrativamente parlando, lasciare Gerda a vivere protetta dal suo clan.
Se l’autrice avesse scelto di farla “passare liscia” a Gerda, avrebbe scritto un finale catartico e moderno di liberazione. Invece la Christie sceglie una strada diversa, quella della tragedia psicologica: Gerda, infatti, ha servito un tè avvelenato a Henrietta, colei che, più di tutti, l’aveva protetta, sempre, in questa circostanza ma anche in tutto il tempo prima, quando tutto “funzionava normalmente”.
Questo passaggio è cruciale. L’autrice ci mostra infatti che anni di annullamento e violenza psicologica non hanno reso Gerda una lucida vendicatrice, ma ne hanno frammentato la mente: una volta varcato il confine dell’omicidio, la paranoia di Gerda diventa inarrestabile.
Inoltre, Gerda ha vissuto per anni in una totale dipendenza psicologica da John: il suo dramma risiede nel fatto che, distruggendo il suo tiranno, ha distrutto anche l’unico sole attorno a cui ruotava la sua fragile esistenza. Per la Christie non esiste una versione di Gerda che, liberatasi del marito, vive una vita serena e protetta; senza John, Gerda è un guscio vuoto. La sua morte non nasce quindi dal moralismo dell’autrice (“ha peccato e deve morire”), ma dalla coerenza con la sua tragedia: la sua “ribellione” è stato un atto disperato e suicida fin dal principio.
E John Christow? L’enigma delle ultime parole.
E John Christow?
John Christow muore pronunciando il nome “Henrietta”.
E tutti, per tutti il romanzo, si chiederanno il senso di questa cosa, senza capirlo.
Non era un’accusa, a quanto pare, in quanto Christow aveva visto in faccia il suo assassino. Ma allora cos’era?
John Christow aveva chiamato in punto di morte l’unica donna che amava?
O forse John Christow aveva supplicato Henrietta di proteggere Gerda, dopotutto?
O forse John Christow voleva davvero accusare Henrietta per proteggere Gerda… o per proteggere se stesso?


